Libertà di votoda Repubblica.it

Seggio elettorale 534, scuola elementare Pensabene, quartiere Zen, quattro del pomeriggio. Una ragazza disperata tiene in mano una scheda elettorale, 77 centimetri di lunghezza per 33 di altezza: "Qui ci sarebbero due nomi votati". Davanti a lei un muro di occhi e di mani: saranno almeno venti i rappresentanti di lista seduti di fronte, lo sguardo gelido di un tribunale del popolo. Due file di sedie tutte occupate. Parla il primo: "Si può dare". "Si può dare cosa?", chiede il secondo. "Il voto. E' chiara la volontà".
Sono tutti ragazzini gli scrutatori, indifesi e impauriti con questi foglioni che girano tra le mani.

La donna che deve accertare la regolarità dell'espressione osserva interdetta. Una voce fa: "La legge prevede che si possa dare la preferenza per un solo nome, non per due, la prego". Sembra convinta quando sull'uscio si fa avanti un omone. Non entra, ma intima: "Voto regolare, si deve dare". I ragazzi alzano lo sguardo. Uno di loro chiede: "Lei chi è?". "Rappresentante di lista". Come si chiama? "Antonio". Le voci si accavallano, i toni si fanno aspri: "Lui non può parlare, non sappiamo chi sia".

Accorrono i finanzieri e accorre il presidente di seggio che ha lasciato i ragazzi a sbrigarsela da soli. Supplica l'omone: "Per favore". E quello: "Voto regolare". Il presidente: "Non ti preoccupare, lasciaci lavorare e sarai servito, anche meglio di quel che credi".
L'uomo lascia il seggio, la donna torna a scandire il ritmo in questo pomeriggio assolato: "Voto a Forza Italia e voto a Cammarata". Cammarata, Cammarata, Cammarata. Lo Zen, il quartiere più popolare e degradato di Palermo, la roccaforte dei voti che 'u sinnacu, come chiamano Leoluca Orlando, doveva custodire e porre sul piatto della bilancia in questo corpo a corpo siciliano, sta clamorosamente tradendo. Non c'è una sezione che cambi il passo della giornata: ogni dieci voti dati a Cammarata, uno forse due ad Orlando.

Troppo pochi. Pochissimi davvero, nulla in confronto di quel che abbiano lasciato alla Zisa, il quartiere dove è invece nato Cammarata.

Istituto Gabelli, sezione 237: ogni preferenza a lui è alternata da una data all'altro. Almeno nella prima mezz'ora dello scrutinio è così. Alle sei del pomeriggio Orlando chiuso in casa di amici a San Martino delle Scale fa sapere che ha telefonato al ministro dell'Interno e denunciato "brogli, irregolarità vaste e continuate, intimidazioni anche fisiche". Un pennarello diverso dalla matita regolamentare ha tracciato una ics sul nome del suo avversario. In una sola sezione, duecento identiche ics. A pennarello.

E nelle altre? Che l'aria di Palermo fosse putrida è non solo certo, ma documentato in una lettera inviata a Giuliano Amato giorni fa. Assunzioni clamorose e confuse, alcune sottoscritte altre soltanto promesse e annunciate: autisti senza patente, vivaisti senza piante, cooperatori senza coop, telefonisti senza call center. Un popolo disperato ma convinto e, soprattutto, finalmente in cammino verso l'urna. E poi l'accusa del prezzario, la tariffa per una croce sulla scheda. 120 euro. Vero o falso? Ma Palermo da sempre ha navigato nell'acqua sporca del clientelismo. Oggi è il centrosinistra che si allarma, ieri quegli altri: "Orlando pensi ai settemila precari assunti in blocco sotto elezioni quando il potere era nelle sue mani": dice Nino Lo Presti di An. "Certo la quantità di candidati e di liste, gente che nemmeno sa cos'è un consiglio comunale, ha inquinato politicamente il voto. Ma è un problema nostro e loro". Orlando: "I palermitani sono stati derubati della loro libertà di voto. Sapevo che mi attendeva una impresa difficile, ma quando ci si scontra con un piano organizzato l'impresa diventa impossibile".

Migliaia in piazza, dietro e davanti ai seggi. Guardare per credere: gli edifici che hanno ospitato le urne immersi in un prato di santini. Tutti entrano col bigliettino in tasca, forse anche col telefonino. "Non sono ammessi telefonini, videocamere e ogni altro congegno volto a riprodurre la scheda", recita l'avviso agli elettori sistemato davanti alla porta di ogni seggio. Eppure pare una certezza che molti siano stati dotati di un supporto tecnologico. All'ora di pranzo, al ristorante, l'oste è sicuro: "Davanti ai seggi c'è gente che distribuisce telefonini. Entri, voti, fotografi e consegni".

Con le voci non si imbastisce un processo, e Diego Cammarata, che Orlando accusa di essere "invisibile", un sindaco del nulla, un prestanome politico di Micciché e Cuffaro, alle sette della sera giunge al comitato elettorale e si prepara alla dichiarazione in tv. Fisico atletico, capelli brizzolati, cravatta al suo posto: "A queste accuse non replico. Mi piace invece sottolineare come sia stato premiato il mio governo. La forza dell'impegno sta nella quantità di opere avviata. Il mio carattere lo conoscete, mi piace lavorare senza gli eccessi di protagonismo". Sorridente, in maniche di camice, seduto al bar, Vito Schifani commenta: "La verità è che il centrodestra si è mosso come un carro armato".

Traffico in tilt, il comitato elettorale del vincitore è preso d'assalto. Siamo a poche centinaia di metri da piazza Politeama, il centro elegante di Palermo. Arriva Gianfranco Micciché, ora presidente del Parlamento siciliano: "Orlando ci accusa di brogli? Folle. Li provi davanti a un tribunale. Vorrà dire che torneremo a votare e torneremo a vincere".

Sebbene il centrodestra abbia perso dieci punti percentuali, mantiene le distanze e comanda la città e l'isola con pugno di ferro. Sebbene Orlando, 'u sinnacu, sia riuscito nell'impresa di raccogliere oltre venti punti percentuali in più rispetto alla perfomance del suo predecessore sconfitto cinque anni fa, il distacco con Cammarata, l'uomo invisibile, burattino o no, è ancora, sono le dieci di sera, di quasi dieci punti, circa quarantamila voti. Il centrodestra può permettersi persino il lusso di far gareggiare "l'invisibile". Le botti sono così piene che il vino basta e avanza.

blog comments powered by Disqus