Fatti e disfatti del giornalismo low-cost

Se volessi parlare della manifestazione di Vicenza alla maniera del giornalismo nostrano (che solo chiamare giornalismo, di questi tempi, fa venire la pelle d'oca), dovrei iniziare ringraziando non si sa bene chi per il pericolo scampato: dei tristemente famosi black-block, infatti, neanche l'ombra. A nessuno viene in mente che tali entità germaniche, che non vedrebbero l'ora di scendere dalle nostre parti a mettere a ferro e fuoco ogni cosa, probabilmente non sono altro che manipolazioni mediatiche utili al governo di turno per alimentare quel sottofondo di paura che crea perenni litigate familiari ogni qualvolta si voglia democraticamente esprimere la propria opinione scendendo in piazza: “Non andare a Vicenza, ci sono i black-block, lo ha detto il Ministro degli Interni”. Baggianate! I black-block, in Italia, si sono visti solo a Genova (non a caso fiore all'occhiello della politica terroristica dell'ex governo Berlusconi) e proprio in quell'occasione vari filmati li mostrano mentre, a braccetto di squadroni di polizia, vengono riforniti di armi per poi andare molto tatticamente a dividere i cortei pacifici in spezzoni (a quel punto ben manganellabili dagli “amici” in uniforme...).

La cronaca della manifestazione di Vicenza invece parla di un lungo serpentone pacifico formato da persone che hanno deciso di gridare con l'ultimo mezzo democratico rimastogli: “Basi USA in Italia non le vogliamo!”. E stiamo attenti che il messaggio rimanga quello. Infatti, una volta accortisi che il terrorismo giornalistico era fallito (200 mila manifestanti in una città di circa 100 mila persone fanno rumore), i politicanti hanno cominciato a parlare di possibili accordi per lo spostamento della nuova base qualche chilometro più in là. Questo forse può bastare a qualche leghista vicentino (il cui motto è “non rompetemi le scatole, ma per il resto fate come vi pare”), ma di certo non può andar bene al movimento pacifista, appena ripresosi dal torpore degli ultimi tempi e tutt'altro che intenzionato a riassopirsi.

La questione non è infatti se costruire l'ennesima base americana a Vicenza o in qualunque altro luogo più o meno adatto. La questione è una e si chiama Articolo 11 della Costituzione Italiana, articolo in cui più e più volte gli Italiani hanno dimostrato di credere profondamente. Ederle 2 vuole infatti essere la rampa di lancio per i prossimi attacchi USA al Medio Oriente (Iran in primis come si può capire dalle ultime dichiarazioni di Bush). Non a caso vi si riunirà la 173° brigata aviotrasportata Airborne: i macellai di Falluja, giusto per capirsi. Non si creino malintesi: le sorti dei vicentini e delle loro falde acquifere stanno a cuore a tutti noi, ma limitarsi a protestare per l'inadeguatezza di una locazione rispetto ad un'altra sposterebbe il piano della protesta verso l'ambito locale. Invece il messaggio è e deve rimanere globale.

Si diceva del rumore creato di una manifestazione partecipata come quella di Vicenza. Si sono viste tante (troppe) bandiere di partito per poi stupirsi di ciò che è successo nei giorni a venire. Il movimento pacifista è grande e sono in tanti a volerlo cavalcare. Ma stiano bene attenti a cercare di mettergli il laccio al collo. Sabato non eravamo a manifestare per questo o quel partito o perché volevamo lo sbilanciamento del governo (come tanti giornali hanno cercato di insinuare). Eravamo a Vicenza perché i liberi cittadini hanno il diritto di scendere in piazza e urlare il proprio pensiero. Sta al politico ascoltarlo o ignorarlo, che se ne assume però anche le dovute responsabilità.

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